Scrivere del proprio partito è un esercizio delicato. Ma proprio la lunga appartenenza attiva dovrebbe consentire, e forse imporre, qualche domanda scomoda. Non per alimentare discussioni interne, ma perché credo che il PLR continui ad avere molto da dare al Ticino. A condizione di partire dalla domanda giusta: quale Ticino vogliamo contribuire a costruire nei prossimi vent’anni? Il PLR rimane una delle principali forze politiche cantonali. Ha competenze, amministratori, presenza sul territorio e personalità capaci di raccogliere consenso. Eppure la sensazione è che alla sua forza elettorale non corrisponda più quella centralità politica che per decenni ne ha caratterizzato la storia. È come se fossimo diventati scontati. Perché purtoppo si può essere ancora un partito importante senza essere più percepiti come necessario. Storicamente il PLR non si è mai limitato ad amministrare. Aveva un’idea del Cantone. Scuola, istituzioni, economia, infrastrutture, territorio: dietro le sue scelte era riconoscibile un progetto. È questa capacità che oggi va ritrovata, perché il Ticino pone domande nuove e concrete. Le prese di posizione qualificate sui singoli dossier non mancano. Ma viviamo nell’epoca della reazione permanente: comunicati, iniziative, social, dichiarazioni, campagne quasi continue. Produciamo moltissime posizioni, ma fatichiamo maledettamente a trasmettere un pensiero politico riconoscibile. Il PLR è in buona compagnia certo, ma un grande partito non può limitarsi a reagire: deve indicare una direzione.
C’è poi una definizione che ci accompagna da sempre: siamo il partito dell’economia. Bene. Ma di quale economia stiamo parlando? Quella ticinese non è un blocco omogeneo né la somma degli interessi organizzati. È fatta di grandi aziende, ma soprattutto di PMI, artigiani, commercianti, professionisti, indipendenti, industria, costruzioni, turismo, servizi e innovazione. Di chi investe e rischia, ma soprattutto di chi lavora, si forma e vorrebbe costruire qui il proprio futuro. Essere il partito dell’economia dovrebbe significare creare le condizioni perché tutto questo possa svilupparsi, ma anche avere il coraggio di resistere alla tentazione di battagliare a geometria variabile per qualcuno, tenendo dritta la barra della coerenza: quale economia vogliamo rendere possibile? Perché c’è una bella differenza tra essere il partito dell’economia ed essere un partito che ha un’idea di economia. E la domanda deve andare oltre: qual è il Ticino che vogliamo nei prossimi decenni?
Una società che invecchia, giovani che cercano altrove opportunità, famiglie confrontate con costi crescenti, imprese alla ricerca di personale qualificato e uno Stato sempre più articolato e costoso non possono essere affrontati inseguendo un’emergenza dopo l’altra. Serve una rotta. In una stagione segnata dalla frammentazione, dalla personalizzazione e dalla necessità permanente di posizionarsi. con troppe energie che rischiano invece di essere assorbite solo dalla politica stessa. Mediazioni, equilibri e pluralismo sono parte della democrazia certo, ma non possono sostituire la capacità di scegliere e costruire un progetto. La domanda decisiva allora non dovrebbe essere “chi?”, ma “per fare cosa?”.
In questi anni non ho sempre condiviso le scelte del nostro partito. Continuo però a credere che appartenenza non significhi rinunciare al dubbio e che si possa essere fedeli a una storia politica interrogandosi sul suo futuro. Non servono processi né nostalgie, ma la capacità di leggere i cambiamenti, scegliere delle priorità e indicare una direzione. Avvicinandoci a una nuova e forse irripetibile stagione politica, la domanda non è soltanto come vincere le prossime elezioni, ma quale Ticino vogliamo costruire e quale contributo può dare il PLR per riuscirci. È su questo che, credo, si misurerà la sua necessità. Sulla capacità di non essere soltanto un buon amministratore del Ticino che abbiamo, ma di tornare a essere uno dei principali costruttori di quel Ticino che ancora non esiste.
Paolo Ortelli
Deputato PLRT