5 Giugno 2026
PLR

Smettiamo di chiedere, prendiamoci il nostro spazio

Smettiamo di chiedere, prendiamoci il nostro spazio

Tra energia, transito e servizi, il Ticino è un nodo strategico della Svizzera. Il rinvio della perequazione al 2030 è un segnale. Sta a noi trasformarlo in leva di crescita. Il rinvio al 2030 della riforma della perequazione deciso dal Consiglio federale è un segnale politico chiaro. Non favorevole, ma chiaro.

Ora la domanda non è più cosa farà Berna per il Ticino. La domanda è: cosa è disposto a fare il Ticino per se stesso.

Continuare a impostare il dibattito sui trasferimenti è un errore strategico. Il Ticino non è un Cantone fragile da compensare, ma un territorio con caratteristiche uniche nel contesto svizzero.

L’asse del Gottardo rappresenta il principale corridoio merci alpino: oltre il 60% del traffico ferroviario delle merci attraverso le Alpi svizzere transita da qui. La Svizzera produce ogni anno circa 36-38 TWh di energia idroelettrica, una quota rilevante dei quali proviene dalle regioni alpine, Ticino incluso. E quotidianamente oltre 70.000 frontalieri entrano nel nostro Cantone, confermandone la centralità economica nello spazio transfrontaliero. Questi non sono elementi di debolezza. Sono leve di sviluppo.

Eppure, troppo spesso, il dibattito pubblico continua a ruotare attorno alla perequazione finanziaria svizzera, come se il futuro del Ticino dipendesse da un meccanismo redistributivo. Un meccanismo che, pur avendo garantito coesione negli anni, oggi mostra limiti evidenti e distorsioni che non possono più essere ignorate.

La perequazione va riformata.

Non per rivendicare privilegi, ma per ristabilire criteri aggiornati, aderenti alla realtà di un Paese che è cambiato: nei flussi economici, nelle dinamiche territoriali, nelle esigenze infrastrutturali. Detto questo, è necessario essere chiari: la perequazione può essere migliorata, ma non crea crescita. La crescita nasce altrove: nella capacità di attrarre imprese, di trattenere competenze e di costruire una base fiscale solida.

E qui che si gioca la vera partita.

Cè una differenza sostanziale tra chi chiede più risorse e chi crea più valore. Il primo dipende, il secondo cresce. Il rischio, oggi, è che il Ticino si abitui alla prima logica. Il problema non è Berna. Il problema è quando il Ticino rinuncia a competere.

La sfida è invece chiara e non più rinviabile.

Serve una fiscalità competitiva, accompagnata da procedure rapide e certezza nor-mativa. Serve una politica energetica che trasformi la produzione in vantaggio industriale, attirando attività ad alto valore aggiunto. E serve una gestione del corridoio nord-sud che non si limiti a subire i flussi ma li organizzi e li trasformi in opportunità economica. Con la Confederazione occorre mantenere un dialogo fermo e credibile. Difendere gli interessi del Ticino è legittimo. Ma usare Berna come alibi è un errore. Il Consiglio federale opera sulla base di equilibri nazionali: sta a noi dimostrare che investire nel Ticino rafforza l’intero Paese. Il punto, in fondo, è semplice. Il Ticino non deve essere difeso come una periferia fragile. Deve essere guidato come un motore economico. Non si tratta di chiedere di più. Si tratta di fare di più.

FABIO MONTI / presidente PLR Distretto del Luganese

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Fabio Monti