C’è qualcosa di profondamente rivelatore nelle decisioni politiche che resistono a tutto: alle critiche, ai dubbi, perfino a ventimila firme. Non è forza. Non è coerenza. È, più semplicemente, debolezza travestita da determinazione.
Il Consiglio di Stato ticinese tira dritto.
Nessun passo indietro sul prelievo per le cure a domicilio. La misura è entrata in vigore, e tanto basta. Questo, ci viene detto, è segno di compattezza. In realtà assomiglia molto di più a un riflesso automatico: non si torna indietro perché tornare indietro significherebbe ammettere di aver sbagliato. E questo, nella politica contemporanea, è il peccato capitale. Poi c’è il tempismo. La misura è già in vigore. Discuterne ora ha un sapore quasi decorativo. Un dettaglio. Un “ne parleremo”. E qui che la compattezza diventa arroganza: prima si decide, poi – forse – si ascolta. Eventuali correttivi? Più avanti. Quando?
Non si sa. Come? Si vedrà. Nel frattempo, si paga. E si paga per cosa? Per contenere l’aumento dei premi di cassa malati. Un obiettivo nobile, almeno sulla carta.
Peccato che ogni misura adottata finora con questo scopo abbia prodotto, sistematicamente, l’effetto opposto. I premi continuano a salire.
Ma la risposta è sempre la stessa: insistere. Come se il problema non fosse la strada, ma la velocità con cui la si percorre. E poi arriva la frase che illumina tutto: “Responsabilizzare l’utente finale”. Responsabilizzare chi? Il malato?
La persona fragile? Chi ha bisogno di cure a domicilio non per scelta, ma per necessità? Qui la satira smette quasi di essere satira, perché la realtà supera ogni caricatura. Se i costi aumentano, la colpa è sempre di qualcun altro. Mai della politica. Mai di un sistema che non funziona. Mai di decisioni inefficaci ripetute nel tempo. No, la responsabilità è dell’utente finale. Del paziente. Di chi, evidentemente, dovrebbe ammalarsi con maggiore moderazione. È un rovesciamento tanto comodo quanto crudele. Trasforma un problema sistemico in una questione individuale. Trasforma il cittadino in colpevole.
E lo fa nel momento più delicato: quando quella persona è già vulnerabile. Non solo è sbagliato.
È pericoloso. Perché suggerisce, nemmeno troppo velatamente, che la malattia sia una forma di eccesso. Che il bisogno di cure sia qualcosa da contenere, da scoraggiare, da far pesare.
Cinquanta centesimi ogni cinque minuti: una cifra apparentemente modesta, quasi simbolica. Ma per un malato cronico, per chi necessita assistenza regolare, quella cifra si accumula. E diventa un peso reale, concreto, quotidiano.
Non è una misura tecnica. E un segnale politico.
E il segnale è chiaro: si preferisce chiedere di più a chi ha meno forza per opporsi, piuttosto che affrontare le cause profonde dell’esplosione dei costi sanitari. Perché farlo richiederebbe scelte difficili. Impopolari. E le scelte impopolari, si sa, non portano voti. Qui sta il punto. Non nella sostenibilità del sistema, non nella responsabilizzazione degli utenti, ma nella responsabilità – quella vera – che la politica evita accuratamente di assumersi. I pazienti non hanno bisogno di essere responsabilizzati. Non sono irresponsabili. Non sono il problema. Hanno bisogno di essere curati, accompagnati, rassicurati. E forse, ogni tanto, anche rispettati. II resto, la fermezza, la compattezza, la coerenza, senza questo, è solo retorica. E, nel peggiore dei casi, arroganza. Come liberale radicale sono sicuramente molto interessato al contenimento dei costi ma non a ogni costo e non in qualsiasi caso.
Fabio Rezzonico,
Vicepresidente PIr Lugano
Articolo pubblicato sulla regione del 8 aprile 2026