In Ticino molte donne lavorano a tempo parziale non per scelta, ma perché costrette. Mancano gli asili nido e conciliare lavoro e famiglia resta una corsa a ostacoli. Il risultato è evidente: stipendi più bassi, pensioni future più povere e una dipendenza economica che non ha nulla di moderno. Esiste però un’ingiustizia ancora più sottile. Anche molte donne qualificate lavorano meno di quanto vorrebbero non per convinzione, ma per colpa del fisco.
Il sistema di imposizione delle coppie sposate, la cosiddetta penalizzazione del matrimonio, rende spesso poco conveniente aumentare il grado di occupazione del secondo reddito. In pratica, lavorare di più significa incassare solo briciole, perché la progressione fiscale si mangia gran parte del guadagno. Da un lato ci si lamenta del frontalierato, dall’altro si mantengono barriere d’accesso al mondo del lavoro che colpiscono soprattutto le donne residenti. È vero che esistono impieghi poco attrattivi a causa dei salari bassi, ed è un problema da contrastare. Ma in molti settori i salari per residenti e frontalieri sono identici. La differenza è che le donne residenti si ritrovano con “le briciole” proprio a causa della fiscalità. Il messaggio è paradossale: lo Stato dice di volere più occupazione e parità tra uomini e donne, ma nei fatti frena il lavoro femminile qualificato. È una contraddizione difficile da giustificare. Le conseguenze non riguardano solo le singole persone. Quando una donna rinuncia a lavorare quanto potrebbe, perde indipendenza, prospettive professionali e libertà di scelta. Ma perde anche la collettività: meno lavoro femminile significa meno crescita, meno contributi sociali e meno risorse per chi ha bisogno. In un Cantone che invecchia e cerca competenze, scoraggiare questo potenziale è un errore strategico. Per questo il voto dell’8 marzo 2026 sull’imposizione individuale è una scelta di società. Dire sì significa eliminare la penalizzazione del secondo reddito e restituire alle persone, soprattutto alle donne, la possibilità di decidere quanto lavorare senza essere punite dal sistema fiscale. Vuol dire trasformare la parità da slogan a realtà concreta. Non è una riforma contro la famiglia, ma per le famiglie di oggi, fondate su due redditi e su una divisione più equa delle responsabilità. L’autonomia economica non è un lusso: è il fondamento della libertà personale e della dignità. Senza un reddito proprio, l’uguaglianza resta una parola vuota. L’8 marzo 2026 non si voterà solo una legge fiscale. Si deciderà se il Ticino vuole continuare a limitare la libertà di scelta di migliaia di donne oppure investire in una società più giusta, moderna e forte. Scegliere l’imposizione individuale significa scegliere un Cantone più libero e responsabile.
Mari Luz Besomi-Candolfi, presidente Donne liberali radicali ticinesi
Pubblicato Su Corriere del Ticino del 28 Gennaio 2026