9 Febbraio 2026
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ZONE 30: LA SCELTA SERIA PER UNA CITTÀ PIÙ VIVIBILE

ZONE 30: LA SCELTA SERIA PER UNA CITTÀ PIÙ VIVIBILE

È una cosa che impari presto se cresci con i motori nel sangue: ogni curva si affronta con lucidità, non con nostalgia.

Quando si parla di Zone 30, il dibattito spesso si riduce ad uno scontro tra identità: da una parte chi le sostiene come misura di sicurezza e civiltà, dall’altra chi le percepisce come un affronto alla libertà, al piacere della guida, quasi alla memoria di un mondo che non c’è più.

Ma è proprio chi ha conosciuto quel mondo, vissuto intensamente e amato fino in fondo, che oggi dovrebbe sentire il dovere di dire: ora è tempo di rallentare. Sono cresciuto inseguendo i rally, il Gruppo B una religione, Clay Regazzoni era un mito e la patente a 18 anni un rito di passaggio.

Ricordo le trasferte nel campionato svizzero rally: pioggia, fango, l’odore acre dei freni surriscaldati, la polvere che entrava ovunque. La velocità non era una provocazione: era stile, padronanza, libertà.

Lo ammetto: provengo da una cultura che venerava il controllo meccanico, la tecnica, il rischio calcolato. Forse proprio per questo oggi riconosco che le Zone 30 non sono un cedimento, ma una naturale evoluzione. Perché il contesto è cambiato, le città sono cambiate, le persone sono cambiate. L’auto, da oggetto di emancipazione individuale, è diventata uno dei tanti strumenti della mobilità urbana. Se oggi un bambino deve attraversare la strada per andare a scuola, non ha senso che debba farlo in mezzo a vetture che circolano a 50 km/h solo per rivendicare un principio. Le Zone 30 sono una risposta sobria, concreta, efficace, non sono un dogma e nemmeno l’utopia di qualche tecnico urbano. Sono la forma moderna di rispetto reciproco: tra chi guida, chi pedala, chi cammina, chi abita. Sono il modo più semplice per dire: «Qui si vive, non si passa soltanto».

Chi le liquida come imposizioni ideologiche, chi le deride come eccessi burocratici, dimentica che ogni chilometro orario in meno significa metri di frenata in meno, decibel in meno, possibilità di sopravvivenza in più. Non ho cambiato idea sulla bellezza della guida ma ho capito che difendere la velocità in luoghi che chiedono sicurezza è come alzare la voce in una biblioteca: non è libertà, è egoismo.

Non basterà abbassare un limite. Le Zone 30 devono far parte di una strategia più ampia: una visione di mobilità che tenga insieme fluidità e vivibilità, trasporto pubblico e percorsi pedonali, logiche economiche e qualità della vita. Lugano, come molte altre città, ha bisogno di una politica del traffico che sia coerente, non solo correttiva. Nel frattempo però abbiamo il dovere di iniziare da ciò che è immediato.

Le Zone 30 sono questo: una scelta concreta per ridurre rischi reali, non un esperimento accademico. Non sono contro l’auto, sono a favore delle persone. Anche se sono cresciuto amando la velocità, oggi so che ci sono luoghi, come i nostri quartieri, dove rallentare è l’unico modo per non andare fuori strada.

Articolo pubblicato sul CDT del 2 settembre 2025

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Autore

Paolo Morel

Paolo Morel è il presidente della sezione di Lugano del Partito Liberale Radicale dal 2022. Dopo una formazione bancaria e un'esperienza aziendale come CFO, ha ricoperto ruoli nel management di alcune delle principali fiduciarie private della piazza ticinese. Nel 2009 decide di fare il passo d'ingresso nel mondo dell'imprenditoria, fondando PM Consulenze, un'azienda che, in pochi anni, si è affermata sul territorio come uno dei principali attori del settore fiduciario.